«Attraverso il lavoro svolto con l’Osservatorio regionale campano sulle condizioni di detenzione dell’associazione Antigone, abbiamo avuto modo di esaminare le trasformazioni che in questi anni hanno investito il circuito della Media sicurezza. Chi conosce il carcere sa che il sistema penitenziario è organizzato in circuiti differenziati, regolati non da leggi dello Stato ma da circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ci sono i tre circuiti dell’Alta sicurezza, destinati alla detenzione di persone condannate o imputate per reati associativi e di terrorismo, e quelli della Media sicurezza, riservata ai cosiddetti detenuti comuni, che rappresentano la maggioranza della popolazione detenuta. È, questo, il circuito dove si riscontrano le condizioni più critiche e problematiche (parliamo delle sezioni più affollate, dove si concentrano il disagio e la sofferenza di detenuti stranieri e dei soggetti più emarginati).
Negli ultimi anni il circuito della Media sicurezza ha subìto una ristrutturazione imposta dalla dialettica tra forze che esprimono diverse concezioni, diverse prospettive e interessi divergenti rispetto alla funzione e al funzionamento del carcere. Anche questa ristrutturazione è avvenuta attraverso il proliferare di circolari amministrative, i cui indirizzi mutano al mutare della compagine di governo e quindi della direzione del Dap, a detrimento, tra le altre cose, di qualsiasi possibile programmaticità. Questa complessa, lenta e tutt’altro che uniforme riorganizzazione ha subito una forte accelerazione durante l’emergenza Covid, diretta da tre linee di tendenza, normate poi da due circolari del Dap alla fine del 2021 (con una bozza mai entrata in vigore) e nel luglio del 2022: il ripristino del regime a celle chiuse; la stabilizzazione del ricorso all’articolo 32 del regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario; un utilizzo “informale” dei reparti di isolamento. [...]»
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