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>"Giorgia (Meloni, ndr) è una 'popolana di Garbatella'. Ha vinto le elezioni parlando agli italiani e alle italiane. Serve quel linguaggio lì". (Claudio Lippi, conduttore televisivo, 2022)

> "Ed io non mi ci abbasso al livello dei miei parrocchiani. Abbassarsi al loro linguaggio e non dire più cose alte, a me non va. Io seguito il mio linguaggio alto e quindi o loro vengono al mio linguaggio o non ci si parla." (Don Lorenzo Milani, prete, 1962)

Sono un buddhista che si incazza e dice un sacco di parolacce. Penso che vada bene così. Del resto anche il Buddha diede del mangiamerda a Devadatta.

Quando comunichi al professore che arriverai in ritardo a scuola. Ma il professore è quello di filosofia.

I retroscena del famoso dibattito tra Foucault e Chomsky.

Vent'anni fa ho scritto un libro in cui sostenevo che la realtà è inaccettabile, e per questo occorre _forzarla_. Esse et bonum non convertuntur. Anzi.
La _forzatura della verità_ era una prassi etica e politica per accorciare la distanza tra l'essere e il bene, tra la verità fattuale e la verità etica.
Vent'anni dopo sta accadendo che la realtà è affiancata da un'altra realtà, che presto la sorpasserà: il virtuale. Un mondo interamente propietario che rappresenta il compimento del capitalismo: rendere impossibile gli atti più elementari della vita sociale al di fuori di un contesto mercantile.

Siamo una società senza più limiti. Lo dimostra, per Mastrocola, il fatto che un bambino, figlio di un suo amico, si è comportato in modo poco educato a casa sua. Il padre "Quando ha recuperato il figlio, ha intervenuto solo a parole, dicendogli di non toccare nulla senza permesso". Si aspettava evidentemente che lo menasse. Difficile dire se in questa donna difetti di più la logica o la pedagogia. Qui pare a dire il vero che ci sia anche qualche problema di grammatica.

orizzontescuola.it/docenti-agg

[Qualche osservazione a margine di "La valutazione che educa" di Cristiano Corsini, di cui vorrei fare una recensione.]

Immaginiamo uno studente che abbia voti eccellenti in tutte le discipline. Può essere che abbia un interesse reale per *tutte* le discipline e per *tutti* gli argomenti affrontati in tutte le discipline. Non è impossibile; però è raro. Perfino il docente, che si suppone sia appassionato della disciplina che insegna, ammetterà, se è onesto, di non provare la stessa passione per tutti gli argomenti che propone agli studenti. E forse su tutti non è ugualmente preparato; e su alcuni forse le sue lezioni, se fossero valutate numericamente, non raggiungerebbero un cinque.
Possiamo ragionevolmente credere, dunque, che siano pochi gli studenti con un interesse così ampio. Molti di meno di quelli che raggiungono buoni voti in tutte le discipline. Che succede in questo caso? Come fa il nostro studente a prendere comunque otto o nove in tutte le discipline? Semplice: studia anche in mancanza di interesse. Se si dovesse definire la sua competenza, la si potrebbe descrivere così: *svolgere qualsiasi compito assegnato, anche in mancanza di interesse, facendo esattamente ciò che viene richiesto*. È questo, e non altro, che misura una valutazione eccellente in *tutte* le discipline. Di che competenza si tratta? La scuola respinge con sdegno l'idea di essere il luogo in cui si prepara al mondo del lavoro. Essa pretende di essere, invece, palestra di *pensiero critico*. Ma questa competenza è invece esattamente ciò di cui ha bisogno il mondo del lavoro. A dire il vero non tutto. Si pensa troppo male del mondo del lavoro se si ritiene che ovunque servano questi esecutori assoluti, indifferenti al pensiero e all'interesse. Servono tuttavia in alcuni contesti. È questa competenza che si richiede allo stesso docente, ad esempio, quando gli si impone di compilare documenti burocratici assolutamente idioti, inutili, folli.
Dietro una eccellenza diffusa c'è dunque un approccio finto al sapere. Forse perfino una assoluta indifferenza ad esso. C'è un atteggiamento puramente procedurale. La vocazione ad essere, per dirla con Michelstaedter, "un degno braccio irresponsabile della società". L'esatto contrario del mitico *pensiero critico*.
Quando prendo una classe nuova spiego agli studenti (poi mi toccherà spiegarlo ai genitori; rinuncio a spiegarlo ai colleghi) che considero desiderabile una curva dei voti altalenante: un 8 seguito da un 6, magari da un 5; e poi ancora un 7. Perché, spiego, è così che funzioniamo. È così che funziona il nostro interesse, che non è ugualmente attratto da tutto, e che non può essere messo fuori gioco in una faccenda che ha a che fare col piacere, come lo studio; ed è così che funzioniamo noi in generale: perché a volte siamo stanchi, o presi da altro, o annoiati. Non siamo macchine che sfornano prestazioni eccellenti. Gli studenti annuiscono, poi qualcuno alza la mano. E mi fa notare che è vero, è verissimo. Ma la società chiede i voti alti. Lasciamo perdere i genitori, con quelli ci si ragiona. Ma le università, ad esempio, tengono gran conto del voto del diploma. E non è che gli si può dire che il professore non aveva grande simpatia per la linea fissa dell'8 o del 9.

Nonostante i suoi metodi antidemocratici Erdogan è riuscito ad avere una maggioranza risicatissima. Tempo uno o due anni e sarà fatto fuori dalle piazze.

Ho letto _Le tre ciotole_ di Murgia. Mi sembrano riusciti solo il racconto della sagoma del cantante coreano e la scena di sesso di in altro racconto. Il resto mi pare dimenticabile.

Aggiornamenti: Google mi restituisce la cattedra universitaria ma mi scambia per una bicicletta.

Un laureato non è migliore di un non laureato, ad esempio un contadino o un pastore. La differenza tra i due è che il primo, entrando nel sistema scolastico, ha imparato a considerare sé stesso come una merce il cui valore sul mercato è alto grazie appunto al suo titolo di studio. Ha acquisito inoltre la convinzione di essere superiore al contadino o al pastore. Il quale invece si fa la sua vita tranquillo, senza avvertire il minimo bisogno della scuola e dell'istruzione. E questo è Ivan Illich.

Il figlio del contadino, espulso dalla scuola, deve però istruirsi. Non è bene che sia ignorante come suo padre. Un contadino analfabeta ha qualcosa che gli manca: il possesso della parola. Bisognerà fare in modo che suo figlio invece impari a parlare e a scrivere, e magari anche qualcos'altro. La cultura e l'istruzione sono beni universali, e chi non ne ha oggettivamente vive una privazione, anche se non ne è consapevole. E questo è don Milani.

Il rischio del primo è di riservare istruzione e cultura alle classi privilegiate, con l'argomento che si tratta appunto di cose per privilegiati, estranee al popolo. Ignorando, o fingendo di ignorare, che il mancato possesso di quelle cose è causa di eslusione sociale, economica e politica.

Il rischio del secondo è di distruggere semplicemente la cultura contadina, poiché lo studio della cultura borghese - e di cultura borghese di tratta, nonostante il contratto dei metalmeccanici - rende piccolo borghese o aspirante tale il figlio del contadino.

Che diciamo a quelli che con la sinistra commemorano commossi don Milani, che faceva scuola anche di domenica, e con la destra vogliono la settimana corta, perché altrimenti la scuola perde iscritti?

Sto leggendo il secondo manifesto convivialista. Il fatto che sia rilasciato con copyright mi pare che tolga gran parte del valore a quello che c'è scritto.

Ho mandato una relazione finale alla segreteria della mia scuola in formato .md. Al mio tre la mail con la richiesta di un file Word.

Vedo le spaventose facce di merda delle persone nelle cui mani è il futuro di mio figlio. E tremo. Perché ci siamo ridotti così?

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